Vecchi Misteri – Ecco svelato l’uso del fotoritocco


L’arte del fotoritocco ha origine molto prima dell’avvento dei computer.

Una sequenza dei più divertenti accorgimenti per distorcere la realtà usati negli scatti del diciannovesimo e ventesimo secolo.

Un tempo per alterare un’immagine occorreva qualche sforzo di inventiva in più di adesso, ma il fotoritocco – e le illusioni fotografiche create ancora prima di scattare – godevano comunque di ottima salute. Ecco alcuni accorgimenti adottati tra fine ‘800 e primi anni del ‘900 per creare scherzi fotografici.

La fotografia spiritica. Una delle tecniche che ottenne il maggiore successo di pubblico fu quella ideata William H. Mumler, un gioielliere e fotografo dilettante di Boston, nel 1861: una doppia esposizione fotografica che consentiva di aggiungere immagini “spettrali” a normali ritratti

Mumler scoprì la tecnica in modo accidentale, dopo aver notato una seconda persona in una foto che doveva ritrarre solo se stesso. Ne intuì in breve le possibilità di guadagno, in un’epoca in cui la credenza che si potesse in qualche modo comunicare con i defunti, magari con l’ausilio di un medium e durante una seduta spiritica, aveva un certo seguito. Le foto di “fantasmi” divennero l’alleato ideale a truffe ben architettate

Come spiega il sito del CICAP, per ottenere la foto del “defunto”, si scattavano varie fotografie con persone travestite da fantasmi, dando alle lastre un’esposizione brevissima. A questo punto la lastra debolmente impressionata veniva inserita nella fotografia finale che ritraeva anche il cliente, il quale nel frattempo aveva raccontato a un assistente del medium la sua storia personale: era così ancora più facile ottenere immagini che fossero adatte al vissuto personale dell’acquirente.

Ben presto la truffa fu smascherata e Mumler finì in tribunale con l’accusa di frode nel 1869. Fu poi assolto per mancanza di prove, e grazie alle testimonianze e all’appoggio di alcune personalità famose che aveva ritratto assieme ai parenti defunti (come la vedova del presidente Lincoln, Mary Todd Lincoln). Nella foto, una famosa “medium” dell’epoca, che si fece ritrarre con il fantasma del fratello. Durante il processo di Mumler, le fotografie spiritiche si erano ormai ampiamente diffuse in Europa e Stati Uniti, e costituivano un vero e proprio “genere” fotografico.

Doppelgänger. La fotografia di due o più copie dello stesso soggetto, moltiplicato in vari “cloni” di sé all’interno dell’immagine, ebbe un vasto successo nei primi anni del ‘900. Era ottenuta grazie a un duplicatore, uno strumento che consentiva di esporre una sezione di negativo lasciandone la parte restante non esposta.

Le applicazioni della tecnica non si risparmiarono e ben presto si iniziò ad assistere a scene tra il macabro e il grottesco, con i “gemelli” cattivi di un soggetto intenti ad accoltellare, tagliare o tirare di boxe con l’originale.

Una delle pose più ricorrenti per questo genere fotografico era quella che prevedeva la stessa persona intenta a “portarsi in giro” su una carriola.

Per lo stesso scopo si utilizzavano anche gli specchi: disponendone due a una angolazione di 75 gradi l’uno dall’altro, si riuscivano ad ottenere anche cinque copie dello stesso soggetto, disposte in cerchio.

 La decapitazione. Questa tecnica fu con ogni probabilità ispirata dagli spettacoli di illusionismo popolari alla fine del 19esimo secolo. Il mago britannico Dr. H.S. Lynn (nella foto) la usò per pubblicizzare i propri numeri, che prevedevano anche la “perdita della testa”. Anche in questo caso si ricorreva a esposizioni multiple nonché allo stesso trucco usato negli spettacoli di magia: uno sfondo nero, che celasse tutto ciò che doveva “sparire”.

 Un uomo, due teste. Anche in questo caso, come nelle foto di cloni, ci si serviva di un duplicatore. Le immagini di persone con due teste furono usate anche nelle pubblicità di questi strumenti fotografici.

L’uomo in bottiglia. Una delle illusioni più curiose si otteneva fotografando velocemente, con brevissime esposizioni, una persona e una bottiglia su sfondo nero…

L’effetto era quello di un soggetto rimasto “imbottigliato”, per cause da chiarire.

Metamorfosi in statua. Le donne preferivano forse l’illusione che le tramutava in busti marmorei degni di sculture classiche greche. In questo caso occorreva una preparazione un po’ più elaborata: bisognava innanzitutto incipriare volto e capelli per dare all’incarnato un aspetto di alabastro.

 

Perchè fare tutto questo? La risposta e semplice (e duplice!): per prestigio, dimostrando di essere un abile e fantasioso fotografo si poteva avere la possibilità di trovarsi commissionata qualche bella fotografia da qualche cliente facoltoso da spennare.

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