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La Peste Nera


Fu il più terribile “castigo di Dio” di tutta la storia conosciuta. Orrendo e inarrestabile, falciò quasi metà della popolazione d’Europa e Medio Oriente.

Ecco una fedele ricostruzione di quell’evento devastante, con l’ausilio di agghiaccianti testimonianze d’epoca

Più o meno nell’anno Mille, l’Europa contava solo 24 milioni di persone. Nel 1340 questa cifri si era più che raddoppiata, raggiungendo i 54 milioni. Secoli di condizioni climatiche favorevoli avevano prodotto uno straordinario boom 1 demografico: l’intero continente non era mai stato cosi affollato. Ma ciò comportava dei problemi. La popolazione di interi villaggi doveva abbandonare le terre coltivate, ormai infeconde a causa dello sfruttamento intensivo, e arrischiarsi a migrare altrove, mentre la scarsità di cibo cominciava a pregiudicare la sussistenza della popolazione. A questo si aggiunse un male terribile, che devastò il continente proprio mentre iniziava un periodo di freddo intenso. Il collasso fu tale che, un secolo più tardi, la popolazione europea era crollata a 37 milioni di individui.

Le vere origini di quello che viene ricordato come il più nefasto evento nella storia europea sono sconosciute. Si crede che il morbo sia emerso in Africa sud-orientale nei primi secoli della nostra era per poi strisciare lungo il Nilo fino al continente eurasiatico (un’altra grande epidemia di peste, diffusa dall’Egitto a Costantinopoli). Da qui il mostro avanzò velocemente attraverso le umide stive delle navi, i granai ricolmi e i mulini operosi, le strade luride e le sudice banchine dei porti. Più precisamente, viaggiò sulle schiene dei grandi ratti neri e fu traghettato dal sangue di pulci portatrici di Yersinia pestis. Poi prosperò nello sputo infetto degli appestati, squassati da una tosse violenta, o scaturì dai bubboni ulcerosi che comparivano all’inguine e alle ascelle dei contagiati. Colpi senza tregua o misericordia, svuotando le città in pochi giorni e cancellando interi paesi in poche ore.

 

Oggi chiamiamo “peste nera” la grande pandemia che mise in ginocchio l’Europa a metà del XIV secolo ma all’epoca il flagello era conosciuto con un nome diverso, dal suono apocalittico: pestilenza. Mentre la Guerra dei cent’anni devastava la Francia e gli scontri incessanti con i guerrieri mongoli dell’Orda d’Oro sconvolgevano l’Oriente, la carestia iniziava a debilitare le popolazioni di vaste aree d’Europa. In molte zone le persone erano già ai limiti della sopravvivenza; oppure, come accadeva nell’Italia centro-settentrionale, erano pigiate dentro centri urbani floridi, ma angusti e privi di buone strutture igieniche.

La peste nera si scatenò in questo scenario, ma le sue origini sono avvolte nel mistero. I ricercatori discutono ancora oggi sugli elementi che resero l’epidemia così virulenta e sul percorso che essa seguì per diffondersi. L’unica cosa certa è che il morbo ebbe origine all’estremità orientale dell’Eurasia: si aprì la strada attraverso l’Impero mongolo, passando prima per Caffa, colonia genovese sul Mar Nero (or Feodosia), poi per la Sicilia e l’Europa meridionale, raggiungendo infine la Francia e l’Inghilterra, dove esplose con la massima furia.

Gli scienziati concordano sul fatto che la sua mani infestazione principale fu la peste bubbonica, una malatia batterica portata da pulci infette che si nutrivano prevalentemente del sangue dei ratti neri, onnipresenti sul continente. Anche scoiattoli, conigli e gatti, tuttavia, potevano fungere da portatori.

Il batterio Yersinia pestis è particolarmente insidiose esso infetta il sangue delle pulci, formando un bolo di bacilli e sangue coagulato all’interno del proventricolo (una valvola che precede lo stomaco della pulce) Quando una pulce affamata morde la prossima vittima, l’alta pressione all’interno del suo stomaco causa un rigurgito che spinge, nella ferita aperta dal morso il sangue e i batteri accumulati nel proventricolo.

Lo sciame batterico di Yersinia pestis scorre lungo il sistema linfatico della vittima dal punto in cui essa è stata morsa fino al linfonodo più vicino. Una volta lì, i batteri possono procedere a colonizzare il linfonodo, che si gonfia, si indurisce e poi si ulcera, traboccando di pus. Dal momento che le persone venivano aggredite perlopiù sulle gambe, a essere attaccato era di norma il linfonodo inguinale. I linfonodi ingrossati, chiamati “bubboni”, erano il sintomo principale della peste nera: orribili a vedersi e terribilmente dolorosi, le loro dimensioni variavano da quelle di un acino d’uva a quelle di una grossa arancia, e rendevano penoso ogni movimento.

Prima della comparsa dei bubboni, però, le vittime avvertivano sintomi simili a quelli influenzali, subito seguiti da febbre alta. Nel giro di un giorno o due, sul corpo degli appestati compari ano i “segni di Dio”: piccole eruzioni cutanee tondeggianti, dette “rose”, che punteggiavano tutto il corpo e in particolar modo le zone circostanti i linfonodi infetti. Causate dalla fragilità dei vasi sanguigni e dalle emorragie interne, le “rose” escludevano senza ombra di dubbio la possibilità che si trattasse soltanto di un brutto raffreddore. Come la definisce Shakespeare in Antonio e Cleopatra: «la peste con il marchio, che reca morte certa». Le cose precipitavano una volta che i bubboni si erano rotti. Seguivano diarrea e vomito, e spesso anche lo shock settico con insufficienza respiratoria e polmonite galoppante che prosciugavano le residue risorse vitali. Non passavano più di due settimane dal momento in cui la peste era stata contratta fino all’esalazione dell’ultimo respiro; la mortalità era dell’80%: quattro persone su cinque. I fortunati che sopravvivevano erano immuni per sempre (e forse procreavano soggetti immuni).

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