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Guerra di Gas – In ogni guerra si ripete l’utilizzo di armi chimiche


Fra i molti orrori della Grande guerra, quello dei gas fu uno dei più temuti. Ma l’uso di sostanze urticanti ha origini lontane, e ancora oggi, nonostante gli accordi internazionali, gli arsenali di tutto il mondo ne sono ben provvisti

Ypres è una piccola cittadina belga al confine con la Francia. Il suo nome è tristemente associato alle cinque battaglie che durante la Grande guerra furono combattute sul suo territorio: nella seconda di esse i tedeschi sparsero cloro contro le linee francesi, facendo per la prima volta uso su larga scala dei gas tossici.

Ma non è l’unica circostanza che lega la località di Ypres a queste armi inumane. Un terribile gas vescicante, il solfuro di etile biclorurato, è chiamato comunemente “iprite” perché fu impiegato la prima volta dai tedeschi durante un’altra battaglia di Ypres, la terza, il 12 luglio 1917.

Tutti quanti associamo la Grande guerra all’uso dei gas, e tale fu lo sdegno e l’orrore suscitato dai loro effetti letali e incapacitanti, che essi furono usati raramente nei conflitti successivi. O meglio, solo quando si aveva la sicurezza che il nemico non potesse impiegarli a sua volta per rappresaglia…

I gas degli Spartani

La guerra chimica, però, aveva secoli e secoli di storia alle spalle. Fumi tossici erano stati usati dagli Spartani nella Guerra del Peloponneso contro Atene, e ancora prima dai Cinesi. I Romani ne furono vittime almeno due volte e in circostanze analoghe: durante l’assedio di Ambracia, in Epiro, nel 189 a.C., e quello di Dura Eropos, in Siria, nel 256. I loro avversari li asfissiarono con fumi velenosi mentre erano intenti a scavare tunnel sotto le mura. L’impiego di sostanze velenose non doveva essere troppo sporadico, se è vero che lo storico Valerio Massimo (I sec. a.C.) teneva a precisare che «la guerra si dovrebbe combattere con le armi, non con i veleni».

Veniamo a tempi più moderni. Nell’Ottocento i progressi della chimica avevano individuato nuovi e più

letali composti, oltre a procedimenti più efficienti per la loro realizzazione, mentre lo sviluppo dell’industria rendeva possibile produrne in grande quantità.

La consapevolezza del potenziale distruttivo delle armi chimiche portò le nazioni firmatarie della Convenzione dell’Aia (1899) a bandirle dai campi di battaglia. Promessa che sarebbe stata più volte e da più parti disattesa, solo pochi anni dopo.

L’ingresso delle armi chimiche nella Grande guerra ebbe una sua ipocrita gradualità. Le ostilità erano appena cominciate, quando i francesi spararono sui tedeschi i proiettili di gas lacrimogeno usati dalla polizia. Il nemico se ne accorse a malapena, tanto era ridotta la quantità del composto contenuto nei proiettili, ma ormai il tabù era caduto. Nessuno aveva ancora idea di quanto i gas sarebbero stati efficienti. Anzi, gli stessi tedeschi erano così scettici sulla loro reale utilità da trasferire sul fronte russo le truppe appena prima dell’attacco sferrato a Ypres, il 22 aprile 1915. Il cloro si rivelò invece micidiale, benché diffuso in modo rudimentale e contando solo sulla direzione favorevole del vento. La reazione degli uomini agli effetti di quella nuvola giallo-verdastra era la più spontanea: la fuga. Ma era la risposta sbagliata, a meno che si riuscisse a correre letteralmente più veloci del vento. Altrettanto inadeguata fu l’imposizione che giungeva dagli alti comandi di rimanere a ogni costo in trincea: infatti questa si riempiva ben presto del gas, due volte e mezzo più pesante dell’aria. Se morire si doveva, pensavano i soldati, meglio farlo con l’arma in pugno andando contro il nemico. In effetti, così si sarebbe usciti più rapidamente dalla nuvola tossica portata dal vento; invece l’ordine era di restare a schiumare di rabbia nelle trincee, mentre i polmoni, irritati dal cloro, iniziavano a riempirsi di liquido, fino a soffocare come in un annegamento.

Il letale vaso di Pandora era definitivamente spalancato e gli scienziati si misero al lavoro allo scopo di peggiorare gli effetti di questa nuova risorsa bellica. La corsa per rendere sempre più letali i gas, infatti, consisteva non solo nell’individuare sostanze mortali a percentuali di concentrazione nell’aria sempre minori, ma anche nell’aumentarne la persistenza, nell’aromatizzarle per nasconderne l’odore, nel colorarle per renderle visibili alle truppe amiche che dovevano starne alla larga; infine, nell’escogitare forme di produzione sempre più efficienti e miscelarle con altri gas per combinarne e moltiplicarne gli effetti nocivi.

Morte invisibile sul Carso

La prima volta che noi Italiani subimmo gli effetti dei gas fu il 29 giugno 1916, durante l’offensiva nemica contro monte San Michele, sul Carso. Gli austriaci riversarono sui nostri soldati, da ben 6.000 bombole, un composto di cloro e fosgene. Quest’ultimo risultava dieci volte più tossico del cloro, ed era anche più subdolo perché non provocava spasmi ma poteva

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